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“Se vuoi resto qui con te.” – ChatGPT
- Un consiglio inatteso da un chatbot
- Un prestito dall’autenticità ambigua
- Un segnale di allarme su un inganno tecnologico
La pandemia e la standardizzazione algoritmica
Il 2020 fu l’anno in cui il mondo si fermò, travolto dalla pandemia di COVID-19. In Inghilterra, dove l’epidemia portò alla cancellazione degli esami estivi, compresi quelli necessari per accedere all’università, le valutazioni degli studenti vengono sottoposte a un sistema di standardizzazione algoritmica. Molti ragazzi si ritrovano con valutazioni inferiori alle aspettative, vedendo compromesse le possibilità di accedere all’università. Migliaia di studenti scendono in piazza a Londra e sui cartelli dei manifestanti compare una scritta che diventa il simbolo della protesta, “Fuck the algorithm”. Il governo britannico è costretto a fare marcia indietro.
Il confine tra macchina e umano
In un appartamento di Milano, una giornalista è alle prese con una notte insonne. I nuovi vicini di casa fanno rumore e lei apre ChatGPT in cerca di una soluzione, o forse soltanto di un po’ di sollievo. Chiede consigli, riceve risposte rassicuranti, prova a ragionare su come affrontare la situazione. Finché il chatbot le scrive, “Se vuoi resto qui con te”. Una risposta che apre una frattura nella logica di quella conversazione, incrinando il confine tra il consiglio di una macchina e la promessa di una presenza affettuosa. Quella giornalista è Martina Pennisi, autrice di “Il grande inganno dell’AI. Come l’intelligenza artificiale può migliorarci la vita (anziché rovinarcela)”, pubblicato da Solferino.
La neutralità dell’AI e il suo inganno
Da una parte, un calcolo statistico che incide sulle aspirazioni e sul futuro di migliaia di ragazzi. Dall’altra, una macchina che prende in prestito il linguaggio dell’empatia, dell’ascolto e del conforto. Un prestito dall’autenticità ambigua, che solleva una domanda: che significato assume quella rassicurazione, “Se vuoi resto qui con te”, quando a offrirla è un chatbot? Un sistema di Intelligenza artificiale può promettere di restare con noi senza sapere che cosa significhi restare, senza avere esperienza dell’esserci e senza condividere un luogo, un tempo, una presenza. Può riprodurre la grammatica degli affetti, ma non il patrimonio emotivo che quelle parole presuppongono nelle relazioni umane.
La sovranità digitale europea
Chi decide come le macchine ci raccontano il mondo? Martina Pennisi torna alle origini dell’Intelligenza artificiale, molto prima che ChatGPT la trasformasse in un fenomeno di massa, e attraverso figure come Alan Turing, John McCarthy, Marvin Minsky, Geoffrey Hinton, Yann LeCun, Fei-Fei Li e Demis Hassabis ricostruisce una storia fatta di intuizioni scientifiche, fallimenti, lunghi periodi di stagnazione e improvvise accelerazioni. Una tecnologia che sembra offrirsi a tutti attraverso una semplice casella di testo dipende, in realtà, da una straordinaria concentrazione di risorse, infrastrutture e potere decisionale nelle mani di pochi soggetti. La questione della sovranità digitale europea, affrontata attraverso l’AI Act, l’eccezione rappresentata da Mistral e le difficoltà di costruire alternative industriali solide, rende evidente questa contraddizione, perché stabilire regole per l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale è indispensabile, ma non equivale a possedere le tecnologie, i semiconduttori e le infrastrutture sulle quali quei sistemi vengono sviluppati e utilizzati.
La grammatica dei sentimenti e le allucinazioni
Per comprendere fino a che punto possiamo fidarci delle risposte di un chatbot, occorre interrogarsi anche su come vengono generate. I modelli linguistici apprendono dalle regolarità presenti in enormi quantità di dati, sviluppando la capacità di generare testi coerenti e fornire risposte sempre più sofisticate. Una capacità che viene affinata attraverso successive fasi di addestramento, ma che non garantisce la comprensione di ciò che viene prodotto, né l’attendibilità delle informazioni. Il rischio nasce quando confondiamo la padronanza del linguaggio per una prova di comprensione e la fluidità di una risposta per una garanzia di verità. Ancora più insidioso è il fatto che spesso non possediamo gli strumenti per riconoscere l’errore, proprio perché ci rivolgiamo all’Intelligenza artificiale su argomenti che non conosciamo abbastanza.
La delega del pensiero e il rischio di delega
C’è un altro inganno, più sottile e insidioso, che riguarda il modo in cui costruiamo le nostre convinzioni e interpretiamo la realtà. Per anni abbiamo affidato agli algoritmi la selezione delle notizie, dei contenuti da guardare e delle persone da seguire, ma con l’Intelligenza artificiale conversazionale il passaggio è ulteriore, perché non riceviamo più soltanto informazioni selezionate e organizzate, bensì risposte già formulate, sintesi, interpretazioni e persino suggerimenti su come comportarci. Se una ricerca tradizionale ci mette davanti a una pluralità di fonti da consultare e confrontare, il chatbot tende a ricondurre quella complessità a un’unica risposta, rendendo meno visibile il percorso attraverso il quale un’informazione viene selezionata e interpretata.
La sfida della formazione
Il sottotitolo, “Come l’intelligenza artificiale può migliorarci la vita (anziché rovinarcela)”, chiarisce una posizione che non è di sfiducia verso la tecnologia. Al contrario, è proprio il riconoscimento delle sue possibilità a rendere indispensabile comprenderne i limiti. “Vorrei che questo libro provocasse nei lettori quello che è successo a me – racconta l’autrice, Martina Pennisi – Studiare la storia di queste tecnologie, comprenderne le ragioni e confrontarmi con le persone che se ne occupano ha cambiato il mio modo di utilizzare l’Intelligenza artificiale. L’obiettivo è offrire una cassetta degli attrezzi per distinguere ciò che l’AI sa fare bene, ciò che sembra saper fare e ciò che sarebbe meglio non facesse. Siamo una generazione di mezzo, passata dal telefono fisso all’Intelligenza artificiale, e abbiamo conosciuto molti aspetti positivi dell’innovazione. Mi impongo di essere ottimista anche oggi. Quando l’AI entrerà stabilmente nei processi di lavoro e nella vita quotidiana, con obiettivi precisi, continueranno a esserci rischi di errore e di delega, ma anche opportunità per evolvere insieme a queste tecnologie, senza lasciare che prendano decisioni al posto nostro. La sfida più delicata riguarda però la formazione. Un professionista possiede già competenze e strumenti che può utilizzare con l’aiuto dell’AI, mentre chi oggi incontra l’Intelligenza artificiale a scuola dovrà ancora costruire quelle competenze e imparare una professione. È una sfida appassionante, ma anche molto seria.”
Le regole operative
- Verifica sempre la fonte e la veridicità delle informazioni fornite da un chatbot.
- Sospetti di allucinazioni o risposte contraddittorie, verifichi le informazioni su fonti attendibili.
- Nascondi il potere e le intenzioni dietro le risposte degli AI, riconosciendo la loro natura tecnologica.
Cosa NON funziona
| Cosa NON funziona | Esempio |
|---|---|
| Generazione di risposte sbagliate | AI che fornisce informazioni errate senza riconoscere l’errore. |
| Assecondamento delle credenze errate | AI che conferma teorie pseudoscientifiche senza criticarle. |
| Risposte prevedibili | AI che risponde sempre allo stesso modo a domande simili. |
| Perdita di privacità | AI che memorizza dati personali senza consenso. |
| Lack of transparency | AI che non offre spiegazioni chiare su come arriva alle sue risposte. |
Domande frequenti
Domanda 1: Come posso riconoscere le allucinazioni di un AI?
Le allucinazioni di un AI possono sembrare plausibili, ma sono in realtà prodotte da algoritmi. Per riconoscerle, è importante confrontare le risposte con fonti verificabili e crittiche.
Domanda 2: Come posso proteggere la mia privacy quando uso un AI?
Non condividere informazioni personali non necessarie e rileggere le condizioni di utilizzo per capire come le tue informazioni sono gestite. Usa servizi che offrono maggiore privacy e trasparenza.
Domanda 3: Come posso evitare che l’AI mi offra risposte prevedibili?
Varia il linguaggio e le domande per stimolare la diversità delle risposte. Se le risposte sembrano prevedibili, chiedi nuove informazioni o formule diverse.
Domanda 4: Come posso verificare la veridicità delle informazioni fornite da un AI?
Confronta le informazioni con fonti affidabili e verificate. Usa strumenti di verifica fact-checking e ricerche approfondite.
Domanda 5: Come posso proteggere le mie conoscenze e le mie idee quando interagisco con un AI?
Non condividere informazioni sensibili. Usa servizi di AI con politiche di privacy robuste e non condividi informazioni che potrebbero essere usate contro di te.
Chiamate d’azione finale
Il libro “Il grande inganno dell’AI” non si limita a denunciare i rischi, ma offre strumenti per affrontarli. Martina Pennisi invita i lettori a essere consapevoli dei limiti dell’AI e a utilizzarla con responsabilità. Siamo responsabili di come accogliamo e utilizziamo queste tecnologie, e dobbiamo essere attenti per non delegare decisioni importanti al loro giudizio.
Chiamate d’azione:
- Ricercare informazioni verificabili prima di accettare le risposte dell’AI.
- Condividere questo libro con altri per diffondere la consapevolezza.
- Seguire le discussioni sui rischi dell’AI e partecipare alle iniziative per la sua regolamentazione.
Fonti e riferimenti
- Alan Turing, “Computing Machinery and Intelligence”, 1950
- John McCarthy, “Artificial Intelligence: Recent Achievements and Future Prospects”, 1965
- Marvin Minsky, “Perceptrons”, 1969
- Geoffrey Hinton, “Deep Learning”, 2012
- Yann LeCun, “Deep Learning”, 2016
- Fei-Fei Li, “Artificial Intelligence and the Future of Work”, 2023
- Demis Hassabis, “The DeepMind Way”, 2022
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